Il
Mucchio - Giuseppe Bottero
Qualcuno
li ha definiti i Daft Punk italiani e per chi scrive sono la novità
più convincente del 2005. A fidarsi di loro, nelle tracce del loro
primo, omonimo album ci si scontrerebbe con “materiali ballabili,
shakerati a furia dentro uno scatolone di adolescenze collettive”.
In realtà, “Scuola Furano” è un frullato di hip-hop contaminato,
house, elettronica da cameretta e suggestioni electro. Perfettamente
in sintonia con il catalogo di quella Riotmaker che, negli anni, ha
prodotto perle del calibro di Amari e Fare Soldi. Ne abbiamo discusso
con Borut e Marco, i titolari del progetto.
Come
nascono gli Scuola Furano?
Ci conosciamo da circa dieci anni, ma è dal 2001 che i nostri rapporti
hanno incominciato a intensificarsi. Stanchi di ascoltare solo rap,
e con la voglia di approfondire altri panorami, ci siamo avvicinati
"al dancefloor" a colpi di Superfunk, Cassius, Artful Dodger e Dimitri
from Paris. Il disco che ha sancito la definitiva svolta è stato “Discovery”
dei Daft Punk: da lì non solo abbiamo iniziato a "scavare" nel genere
ma anche a voler fare qualcosa,produrre e metterci alla prova. Partendo
da un lavoro durato tre anni,dove abbiamo raffinato sia i gusti musicali
che la tecnica produttiva, è uscito l'album.
Come
siete entrati in contatto con la Riotmaker?
Dopo le prime tre tracce,assemblate con un campionatore Akai 2800
e una versione "old-skool" di Cubase, abbiamo consegnato il nostro
unico ep con tanto di packaging, foto e disegni ai ragazzi della Riotmaker,
che conoscevamo di fama dato la particolarità di una etichetta come
la loro in Friuli.. Loro si sono subito appassionati alle nostre prime
produzioni sghembe, tracce french-house da sei minuti con campioni
tagliati male, e hanno creduto in noi.
A
quanto pare, e credo voi siate l’esempio, anche in Italia è
possibile contaminare l’estetica elettronica con una credibilità
pop...
Lo abbiamo sempre pensato. In realtà concepire un album di canzoni"house"
che si limitino a essere una raccolta di singoli in vinile destinati
al mercato dei club e delle discoteche non è mai entrato nei nostri
piani. Nonostante proponiamo musica facilmente "ballabile" - e non
solo in cameretta - cerchiamo di darle dignità di canzone pop: lunghezza
contenuta in tre-quattro minuti, sviluppo di vari periodi all'interno
della traccia stessa, un taglio "adatto a tutti" insomma.
Il
vostro immaginario è un frullatore di stimoli che arrivano dagli anni
Ottanta. Un atto d’amore o la semplice “devozione”
a una moda che - a quanto pare - inizia a eclissarsi?
Direi la prima. Amore per i "nostri" anni '80, quelli che non abbiamo
mai vissuto pienamente per evidenti ragioni anagrafiche ma dei quali
siamo innamorati. In particolar modo citerei tutto l'immaginario newyorkese
di fine '70 e di prima metà degli Ottanta, con i vari Keith Haring,
Larry Levan, Basquiat, Grandmaster Flash... Il percorso a ritroso
che ci ha portato a scoprire queste figure ha dato una forte impronta
sonora al disco, quindi non mi sento di tirare in ballo mode passeggere;
anche perchè se si analizzano i cosiddetti "suoni anni 80" che tanto
piacciono ora, ci si rende conto che sono un recupero di sonorità
spesso bianche ed europee (new-wave, synth pop) mentre noi abbiamo
spinto più per una certa “negritudine inside”.
Quanto
sono importanti i campionamenti nel vostro suono?
Per questo primo album tantissimo, compongono l'ossatura di quasi
ogni pezzo. Siamo sempre stati dei forti sostenitori del "sampling"
ma soprattutto del "diggin", della ricerca; infatti passiamo molte
ore in mercatini, fiere e negozi dell'usato a cercare vecchi dischi
sconosciuti ai più. Abbiamo ereditato questa "impronta" dal rap, dove
la produzione delle basi è quasi sempre vincolata a dei campioni.
Purtroppo il rap di oggi non è modaiolo e va a pescare raramente nella
old-school.
Ci
sono realtà musicali italiane che sentite particolarmente vicine?
Oltre alla nostra etichetta ci piacciono particolarmente la Nature
di Marco Passarani, con Pigna rec. e Jolly Music al seguito, Stefano
Fontana con il suo progetto Stylophonic e Pinktronix da Bologna.
Come
si articola un vostro set live?
In pratica c'è un laptop affiancato da un sintetizzatore e da
una drum machine, più la voce. Vengono rilette "in diretta" le canzoni
dell'album con qualche inedito e qualche sorpresina...
Sembra
che intorno al vostro nome si stia creando il giusto hype. Ve lo aspettavate?
A dire il vero le nostre intenzioni erano quelle di fare un buon
disco, apprezzato dalla stampa di settore. E stato così, nella maggior
parte dei casi, quindi siamo soddisfatti. Poi è logico che se il nome
gira non puo' che farci piacere, soprattutto quando viene paragonato
ad artisti da noi molto rispettati.
Credo
che potreste lavorare ottimamente remixando brani di altri. Ci sono
in tal senso collaborazioni in vista?
È appena uscito il remix per Pinktronix di "Booty Sez", su Irma,
in più ne abbiamo preparato un altro per i Confusional Quartet all'interno
di una raccolta di pezzi storici della Italian Records edita da Mantra.
Ultimamente stiamo terminando il remix per un brano di Deda, ex Sangue
Misto, che a sua volta ha remixato noi....
Cosa
propone una vostra playlist?
È eclettica, va da Busy P a Stevie Wonder, passando per Roisin Murphy,
Dj T, MayFly e Chicken Lips...