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De Stijl:
la rubrica mensile targata Riotmaker, ogni mese su Rumore, in edicola.
Gennaio 2006

Party party party. Dacché i qui presenti scrivono in questa rubrica c’avete sentito nominare questo fatato termine vieppiù. Party di qui, magliette da party, musica da party. Non ci siamo mai tirati indietro. Ma non pensiate che sia sempre tutto così rose e fiori. Il party, oltre a richiedere sangue e sudore per essere preparato come si deve, porta con sé inevitabilmente con sé dei pericolosi effetti collaterali. Da che mondo è mondo sarete stati a delle festicciuole. E magari il padrone di casa avrà anche scomodato un amico con una buona collezione di dischi nel ruolo di dj. Sicuramente avrete visto costui che montava la consolle, lo avrete visto mentre, con impegno e dedizione, tentava di dare un giusto sottofondo all’ambiente o di far ballare e divertire i presenti. E magari non solo lo avete visto, ma magari lo avete osservato, standogli a 20 centimetri e scrutandolo mentre montava i cavi o sceglieva i dischi. Benissimo, allora siete quello di cui stiamo parlando. Siete i terribili uomini da ANATOMIA DI UNA FESTA. Quelli che vanno al party ma non si concedono ad un esuberante entusiasmo, ma devono osservare tutti i microcambiamenti di quelli che stanno tentando di rendere il party riuscito. Dj, baristi improvvisati, devono subire il controllo censore da parte di questi fastidiosi soggetti che ovviamente non solo guardano, ma chiedono mille cose diverse, ignorando che il loro scopo dovrebbe essere divertirsi, non scrivere un manabile sull’organizzazione di un party. O andrebbe bene anche quello, ma NON DURANTE il party. Ovviamente non tutti hanno la spavalderia di importunare. In questo caso rivolgete il vostro sguardo verso angoli o ancora meglio verso le porte. Là vedrete appoggiato e inerme, l’uomo stipite. Desideroso di vedere il party, ma non sufficientemente ardito da viverlo, egli se ne starà in piedi, appoggiato da qualche parte, nella curiosa metafora della porta come indecisione suprema se fare o non fare. Ovviamente lui non farà, e la gente potrà anche ballargli a un palmo di naso, lui se ne starà immobile e impassibile. E, se la nostra esperienza non ci inganna, la dura legge del party non ammette indecisioni.
Un occhio allo specchio prima di uscire,
vostro Riotmaker Staff

Dischi consigliati:
Matmos “A chance to cut is a chance to cure”: solo la microchirurgia applicata all’elettronica del duo su Matador può spiegare la sgradevole sensazione di vivisezionamento che prova il malcapitato dj vittima di varie anatomie di feste.
883 (devo scoprire che disco): gesto sicuramente un po’ plateale, ma se i pusillanimi non danno pace, una “Non me la menare” a tutto volume dovrebbe rendere il messaggio più esplicito.

Febbraio 2006

Una delle cose di cui la nostra generazione si è fatta araldo, è il crollo di popolarità del razzismo. I giuovini di oggi non temono più lo straniero, non sbarrano più porte e finestre allo sconosciuto forestiero bensì, in nome della pace e dell’amore tra i popoli, lo accolgono e offrono calore umano e ospitalità. Le lacrime agli occhi si sprecano di fronte a questa dimostrazione di civiltà e nobili valori. Il male serpeggia laggiù, proprio là dove le menti andrebbero nutrite e sviluppate: all’università. Là dove viene forgiato chi condurrà il nostro Paese verso un luminoso domani, si cela il male. Sappiamo anche il suo nome: ERASMUS. Le università dell’UE, sotto il segno dell’amore universale, si scambiano i migliori cervelli per arricchirli ulteriormente con incredibili esperienze formative. E, come vi sarà facile notare, gli studenti Erasmus incarnano proprio questa somma di nobili valori. In particolare in uno dei 14265 happy hour in loro onore organizzati da bar e baretti di tutta Italia. Lì il giovane discernente Erasmus sfoga la sua reale natura: bagordi a 2000 kilometri da casa. Ed ovviamente molto impara dalla vita, ma le nozioni realmente utili alla comunità saranno una manciata. Ancor meno quelle di cui beneficeranno i poveri genitori del discernente, che in nome di una istruzione superiore per proseguire nobili stirpi, manterranno l’impunito vitellone a bere cocktail lontano oltre fiumi, mari e montagne. Ma nomen omen, dicevano i latini, e Erasmus ipotizziamo prenda il suo appellativo da Erasmo da Rotterdam. Solo ispirandosi all’autore dell’elogio della follia qualche accademico può averlo strumentalizzato per ispirare questa specie di animal house experience oltre confine. Un terribile equivoco che conduce i parassiti a noi, ed intacca la nostra bella società serena e tranquilla.
Un occhio allo specchio prima di uscire,
vostro riotmaker staff

Dischi consigliati:
-The Rasmus “....”: qualche dj burlone si è divertito ad aizzare notti universitarie giocando sull’infelice abbinamento Erasmus-Rasmus per scatenare il tasso alcolico dei giuovini studenti con gli “oh oh” di “In The Shadows”, il grande successo della platealmente inutile band finlandese.
-Freddie Mercury “The Freddy Mercury Album”: insieme a quel figurino di Montserrat Caballe, il grande baffone kitsch gridava “Barcellona” come inno alla grande città iberica. Ora anche noi, accerchiati da orde di Erasmus dalla s sibilante e il sangue caliente, gridiamo forte il nome di Barça per reinvitarli a tornare a casa e scoprire le bellezze della loro terra.
-Gotan Project “...”: lo studente Erasmus è uomo di mondo, capace di fondere ieri e domani con assoluta eleganza. Il fascino del tango, tutta la coolness dell’elettronica: una copia masterizzata giace sempre su un comodino vicino allo stereo.

Marzo 2006

Abbiamo già avuto modo su queste pagine di discutere sul delicato compito dei dj e sulle problematiche che affliggano la loro esaltante ma non per questo facile attività. Tra le mille perniciose insidie che li attendono sempre al varco, una più di ogni altra cosa spaventa il malcapitato in consolle. L’unica che non può prevedere: il pubblico. E ahinoi, non stiamo a spaventarci riguardo alla reazione del pubblico o meno di fronte alla performance di colui che si professa disc jockey. Bensì della mandria che si rivolgerà a lui per le temutissime, agghiaccianti richieste. Un mondo perfetto vedrebbe il caro alla consolle mettere dei brani e ricevere al massimo dei complimenti per l’acutezza degli accostamenti o per l’incredibile buongusto nell’aver selezionato un brano o un altro. Eppure, il pubblico dimanda. Richiede e a tratti pure esige il proprio obolo di partecipazione, per autorendersi la serata più gradevole. E fino a questo punto siamo ancora nel legittimo. Il problema è innanzitutto la richiesta. Ovviamente il 99% delle persone che vi si presenteranno a tradimento dietro al mixer non avrà la più pallida idea di cosa state suonando e quindi vi verrà a richiedere brani assolutamente fuori luogo non solo per la vostra selezione del momento, ma proprio per la serata. Un classico è vedersi richiedere autori tipo Vasco Rossi proprio mentre si è nel bel mezzo di un austero set techno, oppure il medley di Grease in mezzo a una dissonante selezione punk funk. L’apice comunque restano quelli che richiedono esattamente la musica che state già suonando (cfr. “metti roba anni’70!” in mezzo ad un set di disco music). Ma ancora più curiosi riescono a essere i moventi che i dimandanti utilizzano per giustificare le loro richieste.
Ci è capitato di sentirne di tutti i colori, da “ti prego metti i System Of A Down che domani devo partire per Roma” a “metti un lento che voglio provarci con quella là”, e siamo sicuri che dj ben più quotati di noi sapranno rendervi partecipi di richieste ancor più assurde.
Un occhio allo specchio prima di uscire,
vostro riotmaker staff

Dischi consigliati:

-Vasco Rossi “Gli spari sopra”: sebbene vi chiederanno Vasco qualunque sia la musica che state suonando, potrete sempre rifugiarvi dietro ad un inappellabile “non è molto ballabile”. Ma il fan acuto vi risponderà sempre “allora metti su Delusa!”. Maledetto Vasco.
-Qualunque compilation di musica da festa qualunquista: da Speedy Gonzales a La Bamba, dai Blues Brothers al pappone medley di Grease, dalla Macarena a Chiuaua. Ogni traccia rappresenta una stilettata nel costato per qualunque dj volenteroso e di belle speranze.
Aprile 2006

Aprile, aprile. Il gelo cede il passo, i fiori sbocciano, gli ormoni zompettano. In mezzo a tanto fiorir di vita noi non possiamo esimerci dal socchiudere gli occhi e respirare la frizzantina aria nuova. Gli occhi godranno del ritorno dei colori e della luce del sole. I profumi della bella stagione ci riempiranno le narici e ci inebrieranno. Le miti temperature ci faranno svestire un poco e ci rassereneremo. I primi frutti avidamente gusteremo per ricordarci il sapore della vita. E poi, in mezzo a tanta poesia da “tutto a 1 Euro”, udiremo....
Già, cosa udiremo? Il cinguettio degli uccellini? Non siamo ridicoli. Oltre a emettere quei versi stridenti e inconcludenti, i pennuti ci sporcheranno la macchina, appena lavata al primo apparire del sole, con i loro piccoli ma insidiosi bisogni fisiologici. Quindi no, per suggellare l’estatica esperienza della primavera, affidarsi alla natura come original soundtrack non è il caso.
Molto meglio in tal circostanza operare un deciso ricader sulle gioie del mercato discografico.
All’interno di questo curioso mondo fatto di leggi e assiomi indimostrabili, tra le miriadi di uscite che mensilmente affollano le vetrine dei negozi, in questo periodo dell’anno viene pubblicato anche un album che si candiderà a coprire interamente la stagione delle allergie. Esso infatti è il DISCO PRIMAVERA, caratterizzato dai suoi ritmi freschi e dai suoi accordi solari e speranzosi. Impossibile non adottarlo come accompagnamento di tutto questo spettacolo che la natura offre, in un gioco di sinestesie degne dei migliori poeti romantici.
Un po’ come per i prodotti più genuini, non sempre le annate sono fortunate allo stesso modo, oppure possono avvenire orribili sprechi come possibili dischi primavera che escono a novembre, sciupando tutto il potenziale che solo il ritorno della bella stagione può enfatizzare. Sta all’attento ascoltatore trovare la gemma che si schiude in questo periodo dell’anno, che risuona in maniera particolare proprio grazie al tepore nell’aria.
Avanti allora, questo 2006 reclama il suo disco primavera. Armatevi di retino e andatene a caccia.
Un occhio allo specchio prima di uscire,
vostro riotmaker staff

Dischi consigliati:
-Phoenix “Alphabetical”: nel 2004, i Phoenix spazzarono via la concorrenza con il loro pop iperprodotto e rilassante, rendendo la nostra primavera assai ricca di sfumature grazie alle loro melodie furbette.
-Daft Punk “Discovery”: ovvio che un disco così andrebbe ripubblicato ad OGNI primavera, da intendersi quasi come operazione sociale. Grazie a questi due francesini snob, nel lontano 2001 scartammo i merli e pettirossi e ci buttammo avidamente sulla presa di coscienza del disco primavera.

Maggio 2006

Saranno state si e no le 16. Ti avvicinavi con passo furtivo in cucina e cominciavi a ravanare....era tempo di merenda. E così, cercavi nella dispensa accattivanti confezioni di qualche deliziosa merendina. Ahhhhh, che bei tempi. La mamma te ne dava una e te la mettevi nello zaino da mangiare a ricreazione, dopo aver speso faticose energie su addizioni e sottrazioni. Quanti ricordi....
Ma oggi scriviamo queste righe in un momento (tanto per cambiare) di assoluta nostalgia. Il mondo delle merendine purtroppo non è più lo stesso. Tanti anni fa era assai più colorato. Prendi ad esempio le sorprese. Oggi uno prende le merendine del Mulino Bianco e dentro ci trova quei pupazzetti sfigati. Quanto tempo è passato da quando laggiù, nascosta tra un bombolone ed un trancino, ci trovavi la scatolina della sorpresa. Con il suo colorino azzurro, conteneva spesso un oggetto dal sapore un po’ ex-democristiano tipo una gomma a forma di mulino o altre cose di cancelleria della serie “utili e divertenti”. In realtà divertenti non erano e cancellavano pure di merda, però la scatolina e la sua linea elegante valevano da sola tutto il carico calorico di 10 bomboloni al cioccolato. E poi i grandi caduti del mercato delle merendine. Non tutte ce l’hanno fatta. E così, stritolati da un mercato che non accettava gusti coraggiosi come quello dello Yo-yo con la sua copertura iperglicemica, la Fiesta alla mandorla con il suo gusto sofisticato ed adulto (alcuni di noi ne erano diventati addirittura dipendenti), o il mitico trancino, nato con il suo nome, poi tramutato in Tegolino pure lui e poi definitivamente spazzato via con crudeltà. Solo per non essere sceso a compromessi proprio come il corrotto Tegolino o la sua sorella Girella, truffaldini che negli anni hanno preferito adottare un piano di tagli costi, riducendo drasticamente le dimensioni ed il conseguente apporto calorico di crema di cacao e pan di Spagna. E così oggi il Tegolino sembra solo la versione Kate Moss di quello che era, orgoglioso e fiero sulla sua solida base di copertura di cacao. Altre come le crostatine hanno cercato la via della corruzione, restando uguali ad una volta ma facendosi scrivere sull’incarto “oggi grande formato”. Maledetti uomini di marketing, mercenari in grado di truffare i bambini ciccioni per così poco.
Un occhio alla dispensa prima di uscire,
vostro Riotmaker Staff

Dischi consigliati:
-Autori Vari “Bimbo Mix”: scegliere un volume a caso della saga. Sotto l’egida di questa etichetta, ci sono stati propinati fin da piccoli materie musicali come i Righeira. Ecco spiegata la Riotmaker nella semplice associazione di idee “Bimbo Mix-Righeira”.
Giugno 2006

Leggi auree popolano il mondo. Molte di queste vengono insegnate ai più temerari fin dall’alba dei tempi, ma altre vengono taciute. E i suddetti temerari devono fare ricorso al loro ingegno per apprenderle. Anche noi, nella nostra modesta esperienza, abbiamo avuto modo di abbeverarci alla fonte della saggezza e delle leggi della vita. E mai verbo fu, in questo caso, più adatto a descrivere ciò che abbiamo deciso di condividere con voi. Nella nostra esperienza di musicanti, intrattenitori, cialtroni più in genere, siamo avvezzi a girare per locali, club, feste paesane, raduni carbonari, incontri filatelici, etc: ed in questo contesto, di sradicamento ed instabilità emotiva continua, abbiamo con il tempo imparato a definire le priorità della vita “on the road” (cfr. “essere dei poveracci, essere sulla strada” oppure “ho perso il lavoro, sono sulla strada”, in realtà...).
Inutile dire che non vi è mai conflitto tra quali cose vadano fatte al più presto non appena messo piede nel locale: la legge aurea numero uno tralascia strumentazione, logistica, definizione degli accordi con i gestori.
La cosa più importante è farsi amico il barista.
Egli è la persona che, per ovvie ragioni di accesso al sacro fuoco divino del frigobar, saprà farvi subito sentire a vostro agio, confortarvi ed esservi vicino ed amico. Ma soprattutto, dettaglio assai poco trascurabile, spesso lo farà gratis, aumentando indiscutibilmente, nel corso della serata, la simpatia che già per status acquisito suscitava in voi.
E così, tra uno screwdriver ed un gin tonic, come un fraterno amico che vi conosce da sempre, ve li consegnerà e non farà domande. Ma voi saprete che starà vegliando su di voi come un angelo custode ma meglio, capace anche di preparare un long island.
Un occhio al bancone prima di uscire,
vostro Riotmaker Staff

Dischi consigliati:
-Stereophonics “Performance and Cocktails”: All’interno del secondo album di questa trascurabile band gallese dalla voce rauca è contenuta una galoppata intitolata “The Bartender and the Thief”. Ora, noi non sappiamo se il thief del titolo è riferito al classico accattonaggio praticato al bancone da uno qualsiasi di noi, ma per calmare le acque lo mettiamo volentieri nei dischi consigliati.
-Tom Waits “Blue Valentine”: beh, Tom Waits è probabilmente amico di OGNI barista presente sulla Terra. Assolutamente impossibile non immaginarselo appoggiato, un po’ chino, ad un bancone che sorseggia qualcosa di, sicuramente, piuttosto forte.
Luglio 2006

Che bello. L’estate, i festival, tanti concerti. Il sudore che si mescola alla gioia di vivere. Al sentirsi tutti parte di un grande qualcosa, tutti assieme. Eppure, il grande spettacolo non è questo. No, non avete capito, non sono nemmeno i concerti. Ma state comunque guardando nella direzione giusta. Si, proprio laggiù. Continuate a puntare i vostri occhi davanti al palco, ma abbassateli un po’. Siamo sicuri che capirete. Si esatto, proprio lì. Lì dove c’è il VIRTUALE. E’ quel personaggio che sta ballando davanti alla band ma, se lo osserverete attentamente, noterete che non sta ballando PER la band, ma assolutamente per i fatti suoi. Il ritmo è un altro, le parole che sta canticchiando, o più probabilmente biascicando, non sono quelle delle canzoni del concerto. Il curioso omino, generalmente così si presenta all’apparenza nella stragrande maggioranza dei casi (ma sono possibili anche la variante femminile “bongara infoiata” o quella più paesana di “ubriaciccione molesto”), animerà in assoluta solitudine il grande spettacolo della libertà rock, con le sue movenze feline e il suo sguardo allo stesso tempo determinato ma anche completamente perso in un oblio indefinito.
Eppure egli non si tirerà mai indietro, e il suo glorificarsi come autentico simbolo di grande espressione umana si renderà ancor più evidente non ai grandi concerti da masse oceaniche, ma nei mitici festivalini rock di provincia, dove troverà inesauribili forze per essere l’unico a ballare davanti alla band, sebbene in maniera indipendente da essa, a quella sana distanza di 3 metri netti dal resto del pubblico, confinato come sempre a enorme distanza dal palco. Eppure lui non cederà, forte di rappresentare un simbolo per gli oppressi, un esempio per chi ha sete di rivalsa. Ma il virtuale non è solo: come tutti grandi esempi di coscienza sociale, è organizzato in un sindacato. Questo spiegherebbe il perché ce n’è sempre uno garantito come minimo a concerto. Basta cercarlo, lui non vi farà attendere dal farsi riconoscere...
Un occhio sotto al palco prima di uscire,
vostro riotmaker staff

Dischi consigliati:
-Jamiroquai “Travelling without moving”: da fuori l’insieme ricorda inevitabilmente quel famoso video di Jonatan Glaser per “Virtual Insanity”. Tutto si muove, ma con estrema eleganza, forse solo il virtuale sembra un po’ più barcollante di quanto lo fosse Jay K.
-Pink Floyd “Is There Anybody Out There?”: forse è il live di quel mitico tour dei dinosauri del rock quello a cui il virtuale è convinto di assistere, mentre nella realtà oscilla in maniera lenta e dubbia davanti ai soliti 17enni che fanno roba alla Nofx.