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Stijl: la rubrica mensile targata Riotmaker, ogni mese su Rumore, in edicola. |
Gennaio
2005 Vi
ricordate i videogames di una quindicina di anni fa? Nei picchiaduro
c’erano sempre: quello lento ma potente, la tipa veloce
ma debolissima, il protagonista mediocre in tutto quanto....e
poi lui, il ninja. Erano bei tempi. Ce n’era sempre
uno ad accompagnarci in qualsiasi operazione quotidiana. Ti
dimenticavi il francobollo sulla busta? Tac, arrivava un ninja
e te lo dava. Ti mancavano gli spicci? Zac, lanciati a mo’
di shuriken comparivano sulla tua mano. Diciamocelo: si stava
un po’ meglio quando c’erano i ninja. Anche perché
erano dappertutto: te li ritrovavi nei film (ma ve lo ricordate
quel belloccio senz’anima di Michael Dudikoff e suoi
mille American Ninja?), nei videogiochi ce n’erano un
minimo sindacale di almeno tre a titolo, ed in musica addirittura
insospettabili come gli Europe arrivavano ad invasarsi, e
noi non possiamo che concordare con le parole del vecchio
e caro Joey Tempest: “Ninja survive, in dreams I walk
by your side/Ninja survive, with you there's no need to hide”.
Ma non eravamo i soli a capire l’importanza di una società
zeppa di saettanti e silenziosi guerrieri giapponesi: strade
più pulite, trasporti pubblici in orario, bontà
verso il prossimo. Un occhio allo specchio prima di uscire, vostro riotmaker staff Dischi consigliati: Questo mese niente dischi. Solo un accorato e riverito silenzio alla memoria dei ninja. Un civile segno di protesta che speriamo smuova anche altre coscienze. Una società senza ninja non può essere una società che funziona. |
Febbraio
2005 C’è
un tempo per ogni cosa. Anche per essere dei nerd di antologica
memoria. Anche noi, sebbene già illuminati da una predisposizione
latente alla stilosità più peccaminosa, abbiamo
provato nelle nostre intense vite le gioie dell’essere
un po’ sfigatelli. Una la conserviamo in modo particolarmente
geloso e la vorremmo rilanciare: i librogame. Oggetto di culto
dei primissimi anni ’90, trattasi di diabolica operazione
ludico-didattica, nata in Terra d’Albione, con lo scopo
di illudere bambocci sulla bellezza della lettura attraverso
un sistema di interazione col racconto con alcune scelte poste
durante la vicenda. In pratica, ogni paragrafo presentava
una possibile opzione, tipo: “gli orchi stanno per aggredirti.
Se decidi di combatterli, vai a pag. 21. Se decidi di fuggire,
vai a pag. 78.”. Inutile dire che, se già con
quelle a 8 bit i bambini facevano difficoltà a cascare
in questi tranelli “impara-divertendoti”, con
la comparsa delle prime console a 16 bit, i librogame vennero
impunemente spazzati via. Però, dopo tanti anni, il
proliferare di carte Magic, Yugi Oh, ed altre amenità
agghiaccianti, ha riportato in auge la possibilità
che dei nerd possano realmente sedersi attorno ad un tavolo
senza una connessione di qualche specie ad internet. Disposti a rubare i gioielli di casa in cambio di un paio di dadi da 20, essi sono pericolissimi. Quindi, se riavvicinate i contatti con questo mondo, chiedete a chi vi vuole bene di non lasciarvi mai da soli. Un occhio allo specchio prima di uscire, riotmaker staff Dischi consigliati: Labyrinth O.S.T.: ecco cosa ascoltavamo noi per accompagnare le incredibili avventure in lande misteriose proposteci dai librogame. Niente di meglio di quel Bowie così minacciosamente simile alla prima Ivana Spagna. |
Marzo
2005 Certe
cose non si dimenticano facilmente. Poi si cresce, si cambia,
spuntano i primi peli, si radono, e si continua a vivere. Però
quelle cose tornano subdole fino a noi sotto altre forme. Eravamo
piccoli, nemmeno dei cucciolotti d’uomo; andavamo a giocare
a casa dei nostri amichetti. Arrivava la loro mamma e ti diceva:
“amichetto di mio figlio, vuoi una caramella?” Certo.
Quindi ti offriva una scodella ricolma di caramelle. Azz, quelle
al limone sono finite. L’ultima all’arancia l’ha
presa il mio amico. Hey, ma non ci sono altre varietà.
Ce ne sono solo una quantità smisurata dall’incarto
azzurro... e che frutto sarà mai azzurro, quello col
succo del cielo? Ovviamente no. Erano le temibili caramelle
all’anice. Quelle che tutti i bambini evitavano accuratamente.
Quelle stramaledettissime caramelle che tutti potevano avere
ma nessuno voleva. Oggi più che mai il nostro essere
sempre à la page ce le fa condannare ancora di più.
Ed è inevitabile che i bambini fossero sospettosi: intanto
sull’incarto non si è mai capito cosa minchia fosse
l’anice. Alcune marche raffiguravano una pianticella.
Altre un cespuglietto con delle bacche chiare. I più
estremi si inventavano addirittura di sana pianta una specie
di bizzarro ananas bianco. Fatto sta, questa confusione botanica
non dava certezze sulla commestibilità della caramella.
E poi il sapore: di che cazzo sa l’anice, ONESTAMENTE?
E’ un gusto inutile, diciamocelo. Una specie di metafora
della vita: è il sapore dell’essere arrivati troppo
tardi. Ma non è facile liberarsi da quella maledizione.
Anche oggi in età adulta capita di vedere gente che non
è riuscita a scappare dal tunnel di questa misteriosa
pianta. Come i giovani intellettuali che sorseggiano con fare disinvolto i loro schifosissimi Pernod. Con la caraffina che ti danno insieme al bicchiere, si versano il miscuglione e se lo trangugiano come fosse il famigerato assenzio che fa tanto poeta maledetto. Invece altro non è che una attualizzazione di quello schifoso momento della caramella. Solo che se ti scarti una Dufour in pubblico non ti caga nessuno. Ma a noi, custodi dei segreti di stile e mondanità, non ci ingannano. Un occhio allo specchio prima di uscire, vostro riotmaker staff Dischi consigliati: Bluvertigo “Metallo Non Metallo”: si vede lontano un miglio che Morgan ci fa pure l’aerosol col Pernod. Mentre noi ci seccavamo intere confezioni di Zigulì all’arancia e ci facevamo degli anticorpi come Chuck Norris, lui si succhiava quelle schifose all’anice ed oggi sembra sempre malaticcio con quelle spalle spioventi e le tettine. |
Aprile
2005 Quel
fenomeno di Forrest Gump diceva che di una persona capisci tante
cose guardando le scarpe: dove è stato, quanto ha camminato,
etc. Ora, non che alla Riotmaker Forrest Gump sia un idolo incontrastato,
però una certa simpatia per quel nerdone col cavallo
alto non la possiamo negare. Abbastanza da ampliare cotal concetto
verso ciò che prelude alla scarpetta stilosa: l’incredibile
mondo dei calzini. Un universo che rivela ben più che
semplici sfumature. Un uomo può nascondere il proprio
amore o un terribile segreto, ma non di certo un paio di calzini.
E le scuole di pensiero sono accese anche in tal campo. Da un
lato ci sono quelli che fingono che il calzino sia marginale
nelle loro esistenze. Questi stolti sono i più facili
da individuare, poiché tra l’orlo dei loro pantaloni
(minacciosamente corto) e le loro scarpe da impiegato del catasto
sfodereranno clamorosi tubolari bianchi di McAdooiana memoria.
Ma grazie al cielo c’è anche chi non fugge davanti
al nemico calzino: empiricamente ne nega l’esistenza.
E’ questa la scuola dei “fantasmini” o “ghostini”:
calzettini-guaine che avvolgono il piede, ma solo fino al malleolo.
Onde per cui solo la nuda pelle si erge dalla scarpa, per un
effetto nature che piace a molti. Ma i veri paladini prendono
la questione calzetti per le corna e, come sprezzanti toreri,
osano. Righe, colori indipendenti dal resto della mise, quasi
degni di bandiere di Paesi di recente formazione. Alle caviglie
consumano vere e proprie dichiarazioni di indipendenza. Essi
potranno sedersi a tavolini à la page, accavallare le
gambe e illuminare i presenti, anziché rannicchiarsi
in posizione fetale come molti per non far cogliere i calzini
scelti al mattino in un momento di debolezza.Sfoggiate il vostro orgoglio, soprattutto all’altezza delle caviglie. Un occhio allo specchio prima di uscire, vostro riotmaker staff Dischi Consigliati: -Avril Lavigne “Let Go”: la giovane teen-idol con il broncio e un forte bisogno di scappellotti è la signora incontrastata dei calzini d’assalto. Righe, fantasie, bizzarri accostamenti cromatici, premi e cotillons si alternano alle sue caviglie. Ancor di più ai tempi del debutto, con quel look da punk di terza liceo. -H-Blocks “Time to move”: ma ce li ricordiamo questi tedesconi di una decina di anni fa? Il loro crossover rap-metal dal delicato gusto teutonico è memorabile quanto il loro tentativo di non presentarsi dal vivo con il famigerato binomio birkenstock+calzino, vera manna per stimolare fantasie sessuali nell’altro sesso. Fallirono comunque, con dei tubolaroni che neanche il tipo delle Fruit Joy avrebbe indossato. Ma noi apprezzammo comunque il tentativo. |
Maggio
2005 E’
arrivata la primavera, giovani virgulti: i fiori sbocciano,
i passerotti cantano, il sole splende. Ed in mezzo a così
idilliaca visione, non possiamo non invitarvi a respirare a
pieni polmoni, a socchiudere gli occhi davanti ai vivaci colori
primaverili e soprattutto a mettere la museruola al vostro cellulare.
Il nostro rilancio tendenzioso di questo numero è: USARE
IL CELLULARE COME UN TELEFONO. Ormai la comodità del
proprio mobile (va là, all’inglese), sembra affossata
in un mare di altre opzioni. Ma stile e gusto spesso vogliono
che si sottragga, non che si aggiunga. Urge quindi un ripulisti
delle nostre coscienze, ma soprattutto delle cose che possiamo
fare con un cellulare in mano. Telefonare, mandare sms. Basta.
Austerità, classe, determinazione. Cazzo, se Armani facesse
i cellulari li farebbe così. Soprattutto oggi che viviamo
in un periodo storico dove l’incertezza ci porta a favorire
diaboliche creazioni con cui sporcare la nostra possibilità
di fare una semplice conversazione. Tralasciando giochini di
vario genere, arriviamo a vere e proprie offese per la comunità
come scaricare un infante che grida e offende (per non si sa
quale motivo, visto che hai pagato per averlo), congiunzioni
amorose di varia natura in base all’abbinamento dei nomi
(e questa la riuscirebbe a spiegare solo Zichichi in base a
quale principio), fino al paradosso di ricevere gossip segretissimi
sui vip e l’apice dell’antistilosità (ed
anche il punto più basso della fiducia nell’intelligenza
umana): FAI COMPAGNIA AL TUO CELLULARE CON UN PULCINO. Forse
è realmente superfluo commentare quanto appena citato,
ma non possiamo esimerci dal condannare anche la varie compagnie
telefoniche che, raccattando meretrici di ogni sorta, prima
ce le doppiano per parecchi spot e poi, a tradimento, ci svelano
che non sanno cosa mettersi (e già questo per noi è
motivo di disprezzo) ed in più senza il doppiaggio parlano
in maniera clamorosamente simile all’orso Yoghi. Se possibile,
anche la suoneria moderiamo. Se vi stanno chiamando e siamo
in fila in posta, a noi non interessa sentire il Festivalbar.
Quindi niente polifoniche o monofoniche, ma un caldo e saggio
segnale che vi avvisa che vi stanno cercando. Con calma, estrarrete
il telefono e risponderete con pacata eleganza, da vera macchina
di stile. Anche perché i cafoni con le suonerie polifoniche
sono spesso portati a rispondere gridando, quindi palesemente
voto zero per loro.Dischi consigliati: “Woman in Red” O.s.t.: la dolcezza e la melassa che trasparivano dalle telefonate di un ormai decaduto Stevie Wonder sembrano un Eden lontano in mezzo a neonati schiamazzanti e pulcini danzanti. |
Giugno
2005 Torniamo
a parlare di vesti e stile, perché la questione urge
al più presto una corsa ai ripari.Serpeggia un nuovo morbo tra i giovani, guidato da quel demonio glassatoforme di Costantino. L’implacabile moretto con l’argilla al posto della pelle, seguito da un inutile plotone di calciatori di ogni categoria, è il principale fautore di quella moda basata su felpe, felpine, magliuzze, jeans tutti pieni di toppe, emblemi, loghi colorati. Temibili colori pastello tappezzati in ogni angolo di scritte e blasoni finti. Una versione streetware del concetto di “pezze al culo”, in un tripudio di mille cromatismi di troppo che avrebbero fatto passare il Mago Galbusera per un tipo sobrio. Ma noi non ce ne staremo con le mani in mano: la reazione è già pronta. Bene, galletti glassati da 4 soldi, volete giocarvela sulla cafoneria? Preparatevi ad essere spazzati via come si deve: i nostri armadi hanno conservato intere collezioni streetware che la Energie ha prodotto fino al 1995. Verrete abbattuti in malo modo da capi veramente d’assalto, come le t-shirt finto Adidas con scritto “hascish”, oppure dai jeans a zampa rosso fuoco o giallo canarino, o ancora il mitico bomber coi bordini giamaicani. Quando orami le vostre retine filo-pastello avranno ceduto di fronte a queste esplosioni cromatiche, vi daremo il colpo di grazia con le mitiche Cult col bullone sotto. E ancora i camicioni di flanella coi quali vi fustigheremo, i giubbottoni rossi e neri tipo plaid nei quali avvolgeremo i vostri corpi ormai straziati. C’avete provocato, e noi risponderemo al fuoco. Nemmeno Costanzo, che resterrà strozzato in un colletto di una di quelle agghiaccianti camicie da bovaro El Charro, potrà salvarvi. Cave adsum, Costantinum. Dischi consigliati: 2 Unlimited “No Limits”: è questo il suono che inneggia alla battaglia. Come in Braveheart, a riecheggiare sarà quell’imponentissimo sinth cafone di “No Limit”, ed il rappato del mitico mc scimmietta del duo olandese ci guiderà alla vittoria. Tommy Vee “Selections vol. 1”: l’anello che lega la house per felpine pastello a Cologno Monzese, e quindi al regno di Costantino, è l’altro polo che va colpito come vero tallone d’Achille di questa ondata. Una volta eliminati i capibranco, gli altri si disperderanno nella brughiera. |
Luglio
2005 All’alba
della storia dell’umanità, ove il buio ancora serpeggiava
sulla conoscenza, ove la morte spesso aveva la meglio sulla
vita, l’uomo scoprì quale era il motivo della sua
esistenza: i party.E noi anche siamo convinti sia questo il fine ultimo dell’essere umani: fare un sacco di baldoria impunemente. Ma anche in questi casi abbiamo le nostre clamorose dritte. Ormai è estate, e le zanzare si sfregano le zampe attendendovi copiose nei numerosi festival estivi, tra band, tende, una chitarra e uno spinello e un sacco di bongari. Ma noi alla Riotmaker vogliamo quest’oggi rilanciare il trend dei party in casa. Come facevano le nostre mamme negli anni ’60 che organizzavano “piccoli ricevimenti”, anche noi vogliamo più o meno creare un pandemonio. E i microparty sono occasione ghiotta: si prende una maison, alcuni dj, alcuni fanno i baristi, una cinquantina di inviti, e ci siamo. E’ importante mantenere un alone di precarietà tangibile nel tutto: il luogo della festa non deve essere troppo adatto, i cocktail devono essere mescolati spesso a caso, e si deve respirare un po’ nell’aria quella sacra aura da “festa delle medie” che sia noi che Elio apprezziamo tanto. Noi in Riotmaker, da sempre baluardi di questi situazioni che piacciono alle masse che non vi possono accedere, già da un po’ di anni organizziamo il 15 agosto il FerRiotgosto, party ultraesclusivo dove si entra in casa e si fa festa dal primo pomeriggio fino a notte inoltrata. Cucina improvvisata, bar rigorosamente libero per tutta la giornata, dj set che si alternano per tutta la durata dell’evento dell’estate targata motosega rampante. E così si balla in giardino alle 16, vicino al pergolato dello zio Arturo, per poi giungere ad un clamoroso set in salotto a mezzanotte, agitando abat-jour e mobilio vario. Il party vi sembrerà sempre un successo, perché se non riuscite a riempire nemmeno lo sgabuzzino di casa vostra vuol dire che siete i peggiori organizzatori di party della Storia, e quindi ogni stanza sembrerà un clamoroso circolo privato di gioia e felicità. Altro che Dave Mancuso e il suo Loft: noi vi portiamo fino in cantina. Dischi Consigliati: assolutamente top secret. La colonna sonora di un party del genere è un segreto che non si può svelare. I nostri dj preparano scalette per mesi e mesi in attesa di questo evento, giudicato come il top della coolness che non c’è. Bootleg, brani rispolverati, primizie, con l’unico intento di far ballare e incitare all’esagitazione pubblica. |
Settembre
2005 E’
vero, ogni tanto la coolness può prendere alla sprovvista.
Anche i più profondi conoscitori della materia come noi
della Riotmaker. Può capitare: arriva l’estate,
arriva il caldo, e tac, ti arriva alle spalle. Il caldo, l’afa,
e non ti senti più a tuo agio. Magari poi hai ancora
quel paio di chiletti di troppo che non hai ancora smaltito,
e allora cominci ad avvertire fastidiosamente sensazioni sgradevoli.
Improvvisamente tutto il tuo guardaroba sembra essere stato
comprato per un’altra persona, più alta, più
magra, a volte anche più intelligente. I pantaloni cominciano
a fare il culone, con ogni maglietta sembra che hai le tettine,
e quando ti siedi i rotolini sembrano essere milioni. A quel
punto provi a cercare un’ancora di salvezza sulle prime
scelte, cioè quei capi che ti stanno particolarmente
bene, ma niente, nessun fido alleato nemmeno lì. E a
quel punto fai il grande gesto. Infili la mano nell’armadio
e, a tentoni, varchi l’ignoto. Via, oltre le facili certezze
dei capi in evidenza, verso l’oscuro. E con la mano raggiungi
il fondo dell’armadio. Là dove si annidano colpe,
errori, oscuri presagi di sconfitta. E da là cominci
ad estrarre oggetti in morbido cotone che resti a rimirare per
qualche secondo. E, per una sola giornata, la tua coscienza
e l’emergenza della situazione ti fanno scordare di avere
una dignità ed un gusto estetico. Improvvisamente questi
capi reietti ti paiono donarti, ti pare quasi un peccato averli
relegati laggiù, dimenticati da Dio e dagli uomini nel
fondo dell’armadio. Sarà una sensazione effimera
e passeggera, poiché solo per una manciata di ore questa
sensazione resterà, fino al disagio totale, che ovviamente
avverrà in pubblico. Quindi, la prima volta che ci vedete
con una orribile t-shirt della Maui con lo squalo di 10 anni
fa, non fate domande e siate comprensivi. Non durerà
più di 24 ore.Dischi consigliati: -Michael Jackson “Thriller”: perché il dialogo iniziale di “Thriller” è il momento che meglio rappresenta il viaggio e il terrore del porre la mano verso il fondo dell’armadio. E a volte sembra che Vincent Price rida diabolicamente da laggiù. -Van Pelt “Sultans of Sentiment”: la punizione per esserci lasciati cogliere impreparati dalla coolness, può essere solo indossare una maglietta indie, di quelle ultrastrette a righine che non coprono praticamente neanche l’ombelico, e indossarla in maniera indegna e senza scampo facendo mea culpa sulla perentorietà di “Nanzen kills a cat”. |
Ottobre
2005 Eravamo
solo dei pupetti. Ogni giorno ci sottoponevamo a terribili prove:
prendere corriere, evitare bulli, venire inchiappettati con
interrogazioni infami. Scorrevano così i nostri giorni
di scuola. Lontano da visioni edulcorate di Deamicisiana memoria,
forgiavamo e tempravamo i nostri animi per diventare quello
che oggi a testa alta possiamo dire di essere. Sebbene non sappiamo
nemmeno noi come definirlo. In ogni caso, ci fu più e
più volte utile alla sopravvivenza notare quale era il
fattore discriminante: come ti coprivi le spalle. Ormai quando
leggerete queste righe la scuola sarà iniziata un po’
dappertutto e inizieranno a proliferare per le strade orde di
adolescenti con tanto di primi baffi e zaino in spalla. E sarà
lo zaino che gli permetterà di sopravvivere (perlomeno
ai nostri occhi)? Ovviamente. Sembra ieri che erano i tardi
80 quando l’Invicta, grazie alle linee fluo, se la giocava
con Ceausescu per il titolo di peggiore criminale del tardo
decennio. Ancora gira qualche modello, anche se paradossalmente
sono rimasti solo i più sobri e non dominano più
il mercato con quei colori acidi abbinati a caso. Eppure, scomparsi
anche gli epigoni: la Seven dei cui zaini si vedevano sempre
le pubblicità ma non si trovavano nei negozi e poi i
mitici Leopard, ricavati da alcuni divani di zie dei produttori
e vero atto di autoemarginazione se acquistati. E oggi, come
portano i nostri ragazzi il peso della conoscenza? Sembra che
siano gli eastpak a farla da padrona, ma saranno anche carini,
ma un po’ troppo piccolini. Più di un tegolino
e un numero di Corna Vissute (che sono pur sempre tutto il necessario
per una giornata di liceo, però qualcuno magari vuole
portarsi anche l’astuccio...) non è che ci stia
molto. Non ci sta neppure una copia di Rumore comodamente, poiché
si sgualcisce sull’arcata superiore, quindi già
questo lo boccia inevitabilmente (direttor Sorge ha visto che
bravi?).Un occhio allo specchio prima di uscire, vostro riotmaker staff Dischi consigliati: Questa volta vi forniamo tre opzioni: -Lo sparajingle di Albertino: vero oggetto signore supremo degli anni 90, forse ancora più fondamentale del Tamagotchi. Solo un “Piacc” può sintetizzare quanto detto pocanzi. -Un disco di Vasco o dei Nirvana a caso. Perlomeno per poter poi abbruttire ulteriormente zaini già raccapriccianti di loro facendoci campeggiare a lettere cubitali un bel “VASCO UNO DI NOI” o “KURT FOREVER”. |
Novembre
2005 L’uomo
ha sempre cercato di innalzarsi. Fosse per avvicinarsi al
sole, fosse per raggiungere dio. Ma la Storia si è
sempre rivelata beffarda. Lo scoprì a sue spese Icaro,
e ad anche il team di progettisti della Torre di Babele ne
sa qualcosa. Eppure, nonostante i pronostici non siano mai
i migliori in partenza, l’uomo cerca ed escogita continuamente
stratagemmi per innalzare il proprio spirito. Oggi, in questa
rubrica di ciarlataneria spicciola, vogliamo ancora una volta
spendere parole di merito. E i nostri elogi vanno a coloro
che si sobbarcarono sulla schiena la titanica impresa di sfidare
ancora una volta il cielo, e progettarono, commercializzarono
e diedero all’umanità le BUFFALO. Forse vi ricorderete
di quelle curiose calzature di moda qualche anno fa, caratterizzate
da una mostruosa suola di 5 e passa cm. Una bizzarra, e minacciosa,
riedizione della cara zeppona anni ’70, abbracciata
però ad un’estetica degna dei Prozac+ degli esordi.
Monoliti fluorescenti che cercavano di innalzare lo spirito
di chi le indossava. Operazione che si rivelò alquanto
difficile, poiché le scarpe ebbero successo principalmente
nel pubblico di discoteche di provincia e caserme assortite.
Ragazzini, militari di ogni provenienza, tutti godevano del
simpatico cavalcare queste calzature-carrarmati. A contrastare
il loro piacere, orde di perfidi ortopedici si scatenarono,
adducendo alle scarpe in questione enormi patologie articolatorie,
problemi di deambulazione e pure qualche responsabilità
su quanto detto al processo di Norimberga. Malvagi specialisti
al servizio dei marchi concorrenti, offuscati da questa trovata
geniale, e soprattutto di gran gusto, delle scarpe trampoli.
Genitori atterriti proibivano ai propri figli di innalzarsi
attraverso l’uso delle Buffalo. La storia recente ci
consegna il successo delle Buffalo molto più ridimensionato,
con sempre meno temerari a sfidare i propri legamenti crociati
anteriori indossandole. Ma a noi piace ricordare le vasche
in centro di qualche anno fa, dove si era tutti un po’
più rivolti verso il cielo...Un occhio allo specchio prima di uscire, vostro riotmaker staff. Dischi consigliati: -Gigi D’Agostino “L’amour toujours”: con un pizzetto intagliato da alcuni artigiani Maori, l’unico e grande Gigi che ha fatto ballare, rigorosamente con Buffalo ai piedi, orde di militari di stanza un po’ dappertutto. Essi si libravano, per quanto possibile, sulla musica, per quanto possibile, del grande dj. -Sly And The Family Stone “Stand”: anche Sly, dall’alto delle sue zeppone, ci disse “I want to take you higher”, ed anch’egli cadde rovinosamente. Certo, non vi passi per il cervello di metterlo sullo stesso piano di Gigi D’Agostino, però. |
Dicembre
2005 Ci
sono cose che segnano profondi spartiacque di comprensione
tra gli universi maschile e femminile. Le curiose peculiarità
che dividono i comportamenti di queste due variabili della
stessa specie sono studio di appassionanti e appassionati
compendi. Una riflessione edipica di Freud, un romanzo di
Nick Hornby, Harry ti presento Sally, non sono bastati a
spiegare le convulse dinamiche che regolano l’intrecciarsi
di usi e costumi tra i due sessi. Ancora pericolose zone
d’ombra restano ignote, e su una di queste oggi vogliamo
declinar il nostro riflettere. Ci si perdoni se per una
volta siamo costretti a parlar esclusivamente dell’altra
metà del cielo, ma la nostra natura maschile ci pone
all’interno della categoria che, in questo caso, fa
le domande.E la domanda che un po’ ci attanaglia, soprattutto in vista dell’inizio di una altro anno senza aver ancora ottenuto una risposta plausibile, è: perché le donne vanno in bagno in coppia? La scienza ancora non ha saputo trovare risposta plausibile. Con mere accuse di laido voyeurismo, il cammino di studiosi è stato più volte bruscamente interrotto davanti a quelle porte. Solo teorie si rincorrono nel tentativo di trovare la soluzione. In una visione un po’ troppo di scuola Le Ore, alcuni hanno immaginato che le donne approfittino del bagno per concedersi ampie parentesi di interesse saffico, magari un po’ sudaticce e con sguardi vogliosi verso la serratura della porta. Abbastanza improbabile perlomeno per la qualità media del tasso di igiene dei suddetti bagni, dove francamente più che del sesso tra gentil pulzelle urgerebbe una passata di Cif. Altri ipotizzano che la conformazione fisica del corpo femminile non permetta un comodo posizionamento sui water dei bagni. Indi per cui, il soggetto che evidenzia impellenze fisiologiche, trascina con sé una complice. Quest’ultima avrà il compito di tenere il soggetto evacuante per le braccia, in una complessa figura di trazione e fragili equilibri. Il soggetto necessitante potrà quindi restare sospesa e contare anche sul prezioso apporto di un sostegno a cui affidarsi, e chi meglio di un’amica? L’ultima teoria, e purtroppo la più diffusa, sostiene che le donne in bagno ci vadano per parlare o sparlare. Inutile evidenziare la poca fantasia di questi studiosi, che non riescono a comprendere il fascino del rapporto bagno-donne... Un occhio allo specchio prima di uscire, vostro riotmaker staff Dischi consigliati: Whigfield “Saturday Night”: la cara vocalist di 10 anni fa davanti allo specchio del cesso ce la vogliamo ricordare? Enya “A day without rain”: solo un mistico tappeto new age e la voce flautata di questa donna possono incorniciare il mistero che si cela dietro 2 donne e un bagno. E nel caso sia in corso realmente un’evacuazione, coadiuvare e stimolare a dovere. |
