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De Stijl:
la rubrica mensile targata Riotmaker, ogni mese su Rumore, in edicola.
Gennaio 2005

Vi ricordate i videogames di una quindicina di anni fa? Nei picchiaduro c’erano sempre: quello lento ma potente, la tipa veloce ma debolissima, il protagonista mediocre in tutto quanto....e poi lui, il ninja. Erano bei tempi. Ce n’era sempre uno ad accompagnarci in qualsiasi operazione quotidiana. Ti dimenticavi il francobollo sulla busta? Tac, arrivava un ninja e te lo dava. Ti mancavano gli spicci? Zac, lanciati a mo’ di shuriken comparivano sulla tua mano. Diciamocelo: si stava un po’ meglio quando c’erano i ninja. Anche perché erano dappertutto: te li ritrovavi nei film (ma ve lo ricordate quel belloccio senz’anima di Michael Dudikoff e suoi mille American Ninja?), nei videogiochi ce n’erano un minimo sindacale di almeno tre a titolo, ed in musica addirittura insospettabili come gli Europe arrivavano ad invasarsi, e noi non possiamo che concordare con le parole del vecchio e caro Joey Tempest: “Ninja survive, in dreams I walk by your side/Ninja survive, with you there's no need to hide”. Ma non eravamo i soli a capire l’importanza di una società zeppa di saettanti e silenziosi guerrieri giapponesi: strade più pulite, trasporti pubblici in orario, bontà verso il prossimo.
Era bellissimo, eravamo arrivati fino ad avere pure le tartarughe ninja. Certo, ci dovevamo beccare anche il topo fetido, ma quanta tenerezza faceva quel piccoletto che diceva “cowabunga”? Ed oggi, niente. Niente più shuriken che si conficcano in ogni dove, niente katane che cozzano, niente più bombe fumo. Adesso se va bene arriva Vin Diesel con una Peugeot 206 con l’alettone e le luci blu, sgomma, fa un po’ di casino e tira un paio di grossolani cazzotti. E poi vuole pure che lo ringraziamo. Ma stiamo scherzando? Magari tira fuori quei fuciloni da invidia del pene e abbatte un muro per colpire una mosca. Per carità, liberiamoci di questi cafoni. E qualche anno fa ci lamentavamo di Van Damme che faceva le spaccate anche solo per prendere un bicchiere di latte in frigo. Almeno ci provava, a risultare interessante. Qua ormai è tutto buzzurri o supereroi. A noi che Peter Parker non sappia rimorchiare nemmeno una corriera di giovani turiste austriache non ce ne frega niente. Il ninja arrivava, ti salvava e poi mica ti diceva “cazzo, hai mica dei morsetti che ho la macchina in panne?”; sgattaiolava nell’ombra e i suoi casini se li risolveva da solo.
Un occhio allo specchio prima di uscire,
vostro riotmaker staff

Dischi consigliati:

Questo mese niente dischi. Solo un accorato e riverito silenzio alla memoria dei ninja. Un civile segno di protesta che speriamo smuova anche altre coscienze. Una società senza ninja non può essere una società che funziona. 
Febbraio 2005

C’è un tempo per ogni cosa. Anche per essere dei nerd di antologica memoria. Anche noi, sebbene già illuminati da una predisposizione latente alla stilosità più peccaminosa, abbiamo provato nelle nostre intense vite le gioie dell’essere un po’ sfigatelli. Una la conserviamo in modo particolarmente geloso e la vorremmo rilanciare: i librogame. Oggetto di culto dei primissimi anni ’90, trattasi di diabolica operazione ludico-didattica, nata in Terra d’Albione, con lo scopo di illudere bambocci sulla bellezza della lettura attraverso un sistema di interazione col racconto con alcune scelte poste durante la vicenda. In pratica, ogni paragrafo presentava una possibile opzione, tipo: “gli orchi stanno per aggredirti. Se decidi di combatterli, vai a pag. 21. Se decidi di fuggire, vai a pag. 78.”. Inutile dire che, se già con quelle a 8 bit i bambini facevano difficoltà a cascare in questi tranelli “impara-divertendoti”, con la comparsa delle prime console a 16 bit, i librogame vennero impunemente spazzati via. Però, dopo tanti anni, il proliferare di carte Magic, Yugi Oh, ed altre amenità agghiaccianti, ha riportato in auge la possibilità che dei nerd possano realmente sedersi attorno ad un tavolo senza una connessione di qualche specie ad internet.
E quindi, se bisogna tuffarsi in mezzo a draghi, orchi, spade, incantesimi ed altri luoghi comuni fantasy, quale migliore modo che recuperare le gesta epiche di saghe dai nomi intriganti come “Lupo Solitario”, “Oberon il giovane mago” o “Sortilegio”? Con un paio di dadi, una matita ed una gomma cavalcherete l’onda della fantasia, recuperando anche qualche congiuntivo perso in questa lunga avventura che è la vita. Diventa importante l’autocontrollo, perché la nostra esperienza ci ha insegnato che il passo verso la fine è sempre prossimo, e le miniature in piombo della Games Workshop hanno fatto più vittime tra i 30enni dell’eroina. Zombi pallidicci si aggirano con felpe in pile e jeans dal cavallo troppo alto a caccia di preziosi dosi di truppe d’assalto di mercenari cosmici.
Disposti a rubare i gioielli di casa in cambio di un paio di dadi da 20, essi sono pericolissimi.
Quindi, se riavvicinate i contatti con questo mondo, chiedete a chi vi vuole bene di non lasciarvi mai da soli.
Un occhio allo specchio prima di uscire,
riotmaker staff
 

Dischi consigliati:

Labyrinth O.S.T.: ecco cosa ascoltavamo noi per accompagnare le incredibili avventure in lande misteriose proposteci dai librogame. Niente di meglio di quel Bowie così minacciosamente simile alla prima Ivana Spagna.
 
Marzo 2005

Certe cose non si dimenticano facilmente. Poi si cresce, si cambia, spuntano i primi peli, si radono, e si continua a vivere. Però quelle cose tornano subdole fino a noi sotto altre forme. Eravamo piccoli, nemmeno dei cucciolotti d’uomo; andavamo a giocare a casa dei nostri amichetti. Arrivava la loro mamma e ti diceva: “amichetto di mio figlio, vuoi una caramella?” Certo. Quindi ti offriva una scodella ricolma di caramelle. Azz, quelle al limone sono finite. L’ultima all’arancia l’ha presa il mio amico. Hey, ma non ci sono altre varietà. Ce ne sono solo una quantità smisurata dall’incarto azzurro... e che frutto sarà mai azzurro, quello col succo del cielo? Ovviamente no. Erano le temibili caramelle all’anice. Quelle che tutti i bambini evitavano accuratamente. Quelle stramaledettissime caramelle che tutti potevano avere ma nessuno voleva. Oggi più che mai il nostro essere sempre à la page ce le fa condannare ancora di più. Ed è inevitabile che i bambini fossero sospettosi: intanto sull’incarto non si è mai capito cosa minchia fosse l’anice. Alcune marche raffiguravano una pianticella. Altre un cespuglietto con delle bacche chiare. I più estremi si inventavano addirittura di sana pianta una specie di bizzarro ananas bianco. Fatto sta, questa confusione botanica non dava certezze sulla commestibilità della caramella. E poi il sapore: di che cazzo sa l’anice, ONESTAMENTE? E’ un gusto inutile, diciamocelo. Una specie di metafora della vita: è il sapore dell’essere arrivati troppo tardi. Ma non è facile liberarsi da quella maledizione. Anche oggi in età adulta capita di vedere gente che non è riuscita a scappare dal tunnel di questa misteriosa pianta.
Come i giovani intellettuali che sorseggiano con fare disinvolto i loro schifosissimi Pernod. Con la caraffina che ti danno insieme al bicchiere, si versano il miscuglione e se lo trangugiano come fosse il famigerato assenzio che fa tanto poeta maledetto. Invece altro non è che una attualizzazione di quello schifoso momento della caramella. Solo che se ti scarti una Dufour in pubblico non ti caga nessuno. Ma a noi, custodi dei segreti di stile e mondanità, non ci ingannano.
Un occhio allo specchio prima di uscire, vostro riotmaker staff


Dischi consigliati:

Bluvertigo “Metallo Non Metallo”: si vede lontano un miglio che Morgan ci fa pure l’aerosol col Pernod. Mentre noi ci seccavamo intere confezioni di Zigulì all’arancia e ci facevamo degli anticorpi come Chuck Norris, lui si succhiava quelle schifose all’anice ed oggi sembra sempre malaticcio con quelle spalle spioventi e le tettine.
 
Aprile 2005

Quel fenomeno di Forrest Gump diceva che di una persona capisci tante cose guardando le scarpe: dove è stato, quanto ha camminato, etc. Ora, non che alla Riotmaker Forrest Gump sia un idolo incontrastato, però una certa simpatia per quel nerdone col cavallo alto non la possiamo negare. Abbastanza da ampliare cotal concetto verso ciò che prelude alla scarpetta stilosa: l’incredibile mondo dei calzini. Un universo che rivela ben più che semplici sfumature. Un uomo può nascondere il proprio amore o un terribile segreto, ma non di certo un paio di calzini. E le scuole di pensiero sono accese anche in tal campo. Da un lato ci sono quelli che fingono che il calzino sia marginale nelle loro esistenze. Questi stolti sono i più facili da individuare, poiché tra l’orlo dei loro pantaloni (minacciosamente corto) e le loro scarpe da impiegato del catasto sfodereranno clamorosi tubolari bianchi di McAdooiana memoria. Ma grazie al cielo c’è anche chi non fugge davanti al nemico calzino: empiricamente ne nega l’esistenza. E’ questa la scuola dei “fantasmini” o “ghostini”: calzettini-guaine che avvolgono il piede, ma solo fino al malleolo. Onde per cui solo la nuda pelle si erge dalla scarpa, per un effetto nature che piace a molti. Ma i veri paladini prendono la questione calzetti per le corna e, come sprezzanti toreri, osano. Righe, colori indipendenti dal resto della mise, quasi degni di bandiere di Paesi di recente formazione. Alle caviglie consumano vere e proprie dichiarazioni di indipendenza. Essi potranno sedersi a tavolini à la page, accavallare le gambe e illuminare i presenti, anziché rannicchiarsi in posizione fetale come molti per non far cogliere i calzini scelti al mattino in un momento di debolezza.
Sfoggiate il vostro orgoglio, soprattutto all’altezza delle caviglie.
Un occhio allo specchio prima di uscire, vostro riotmaker staff

Dischi Consigliati:
-Avril Lavigne “Let Go”: la giovane teen-idol con il broncio e un forte bisogno di scappellotti è la signora incontrastata dei calzini d’assalto. Righe, fantasie, bizzarri accostamenti cromatici, premi e cotillons si alternano alle sue caviglie. Ancor di più ai tempi del debutto, con quel look da punk di terza liceo.
-H-Blocks “Time to move”: ma ce li ricordiamo questi tedesconi di una decina di anni fa? Il loro crossover rap-metal dal delicato gusto teutonico è memorabile quanto il loro tentativo di non presentarsi dal vivo con il famigerato binomio birkenstock+calzino, vera manna per stimolare fantasie sessuali nell’altro sesso. Fallirono comunque, con dei tubolaroni che neanche il tipo delle Fruit Joy avrebbe indossato. Ma noi apprezzammo comunque il tentativo.
 
Maggio 2005

E’ arrivata la primavera, giovani virgulti: i fiori sbocciano, i passerotti cantano, il sole splende. Ed in mezzo a così idilliaca visione, non possiamo non invitarvi a respirare a pieni polmoni, a socchiudere gli occhi davanti ai vivaci colori primaverili e soprattutto a mettere la museruola al vostro cellulare. Il nostro rilancio tendenzioso di questo numero è: USARE IL CELLULARE COME UN TELEFONO. Ormai la comodità del proprio mobile (va là, all’inglese), sembra affossata in un mare di altre opzioni. Ma stile e gusto spesso vogliono che si sottragga, non che si aggiunga. Urge quindi un ripulisti delle nostre coscienze, ma soprattutto delle cose che possiamo fare con un cellulare in mano. Telefonare, mandare sms. Basta. Austerità, classe, determinazione. Cazzo, se Armani facesse i cellulari li farebbe così. Soprattutto oggi che viviamo in un periodo storico dove l’incertezza ci porta a favorire diaboliche creazioni con cui sporcare la nostra possibilità di fare una semplice conversazione. Tralasciando giochini di vario genere, arriviamo a vere e proprie offese per la comunità come scaricare un infante che grida e offende (per non si sa quale motivo, visto che hai pagato per averlo), congiunzioni amorose di varia natura in base all’abbinamento dei nomi (e questa la riuscirebbe a spiegare solo Zichichi in base a quale principio), fino al paradosso di ricevere gossip segretissimi sui vip e l’apice dell’antistilosità (ed anche il punto più basso della fiducia nell’intelligenza umana): FAI COMPAGNIA AL TUO CELLULARE CON UN PULCINO. Forse è realmente superfluo commentare quanto appena citato, ma non possiamo esimerci dal condannare anche la varie compagnie telefoniche che, raccattando meretrici di ogni sorta, prima ce le doppiano per parecchi spot e poi, a tradimento, ci svelano che non sanno cosa mettersi (e già questo per noi è motivo di disprezzo) ed in più senza il doppiaggio parlano in maniera clamorosamente simile all’orso Yoghi. Se possibile, anche la suoneria moderiamo. Se vi stanno chiamando e siamo in fila in posta, a noi non interessa sentire il Festivalbar. Quindi niente polifoniche o monofoniche, ma un caldo e saggio segnale che vi avvisa che vi stanno cercando. Con calma, estrarrete il telefono e risponderete con pacata eleganza, da vera macchina di stile. Anche perché i cafoni con le suonerie polifoniche sono spesso portati a rispondere gridando, quindi palesemente voto zero per loro.

Dischi consigliati:

“Woman in Red” O.s.t.: la dolcezza e la melassa che trasparivano dalle telefonate di un ormai decaduto Stevie Wonder sembrano un Eden lontano in mezzo a neonati schiamazzanti e pulcini danzanti.
 
Giugno 2005

Torniamo a parlare di vesti e stile, perché la questione urge al più presto una corsa ai ripari.
Serpeggia un nuovo morbo tra i giovani, guidato da quel demonio glassatoforme di Costantino. L’implacabile moretto con l’argilla al posto della pelle, seguito da un inutile plotone di calciatori di ogni categoria, è il principale fautore di quella moda basata su felpe, felpine, magliuzze, jeans tutti pieni di toppe, emblemi, loghi colorati. Temibili colori pastello tappezzati in ogni angolo di scritte e blasoni finti. Una versione streetware del concetto di “pezze al culo”, in un tripudio di mille cromatismi di troppo che avrebbero fatto passare il Mago Galbusera per un tipo sobrio. Ma noi non ce ne staremo con le mani in mano: la reazione è già pronta. Bene, galletti glassati da 4 soldi, volete giocarvela sulla cafoneria? Preparatevi ad essere spazzati via come si deve: i nostri armadi hanno conservato intere collezioni streetware che la Energie ha prodotto fino al 1995. Verrete abbattuti in malo modo da capi veramente d’assalto, come le t-shirt finto Adidas con scritto “hascish”, oppure dai jeans a zampa rosso fuoco o giallo canarino, o ancora il mitico bomber coi bordini giamaicani. Quando orami le vostre retine filo-pastello avranno ceduto di fronte a queste esplosioni cromatiche, vi daremo il colpo di grazia con le mitiche Cult col bullone sotto. E ancora i camicioni di flanella coi quali vi fustigheremo, i giubbottoni rossi e neri tipo plaid nei quali avvolgeremo i vostri corpi ormai straziati. C’avete provocato, e noi risponderemo al fuoco. Nemmeno Costanzo, che resterrà strozzato in un colletto di una di quelle agghiaccianti camicie da bovaro El Charro, potrà salvarvi.
Cave adsum, Costantinum.

Dischi consigliati:

2 Unlimited “No Limits”: è questo il suono che inneggia alla battaglia. Come in Braveheart, a riecheggiare sarà quell’imponentissimo sinth cafone di “No Limit”, ed il rappato del mitico mc scimmietta del duo olandese ci guiderà alla vittoria.
Tommy Vee “Selections vol. 1”: l’anello che lega la house per felpine pastello a Cologno Monzese, e quindi al regno di Costantino, è l’altro polo che va colpito come vero tallone d’Achille di questa ondata. Una volta eliminati i capibranco, gli altri si disperderanno nella brughiera.
Luglio 2005

All’alba della storia dell’umanità, ove il buio ancora serpeggiava sulla conoscenza, ove la morte spesso aveva la meglio sulla vita, l’uomo scoprì quale era il motivo della sua esistenza: i party.
E noi anche siamo convinti sia questo il fine ultimo dell’essere umani: fare un sacco di baldoria impunemente. Ma anche in questi casi abbiamo le nostre clamorose dritte. Ormai è estate, e le zanzare si sfregano le zampe attendendovi copiose nei numerosi festival estivi, tra band, tende, una chitarra e uno spinello e un sacco di bongari. Ma noi alla Riotmaker vogliamo quest’oggi rilanciare il trend dei party in casa. Come facevano le nostre mamme negli anni ’60 che organizzavano “piccoli ricevimenti”, anche noi vogliamo più o meno creare un pandemonio. E i microparty sono occasione ghiotta: si prende una maison, alcuni dj, alcuni fanno i baristi, una cinquantina di inviti, e ci siamo. E’ importante mantenere un alone di precarietà tangibile nel tutto: il luogo della festa non deve essere troppo adatto, i cocktail devono essere mescolati spesso a caso, e si deve respirare un po’ nell’aria quella sacra aura da “festa delle medie” che sia noi che Elio apprezziamo tanto. Noi in Riotmaker, da sempre baluardi di questi situazioni che piacciono alle masse che non vi possono accedere, già da un po’ di anni organizziamo il 15 agosto il FerRiotgosto, party ultraesclusivo dove si entra in casa e si fa festa dal primo pomeriggio fino a notte inoltrata. Cucina improvvisata, bar rigorosamente libero per tutta la giornata, dj set che si alternano per tutta la durata dell’evento dell’estate targata motosega rampante. E così si balla in giardino alle 16, vicino al pergolato dello zio Arturo, per poi giungere ad un clamoroso set in salotto a mezzanotte, agitando abat-jour e mobilio vario. Il party vi sembrerà sempre un successo, perché se non riuscite a riempire nemmeno lo sgabuzzino di casa vostra vuol dire che siete i peggiori organizzatori di party della Storia, e quindi ogni stanza sembrerà un clamoroso circolo privato di gioia e felicità. Altro che Dave Mancuso e il suo Loft: noi vi portiamo fino in cantina.

Dischi Consigliati:
assolutamente top secret. La colonna sonora di un party del genere è un segreto che non si può svelare. I nostri dj preparano scalette per mesi e mesi in attesa di questo evento, giudicato come il top della coolness che non c’è. Bootleg, brani rispolverati, primizie, con l’unico intento di far ballare e incitare all’esagitazione pubblica.
Settembre 2005

E’ vero, ogni tanto la coolness può prendere alla sprovvista. Anche i più profondi conoscitori della materia come noi della Riotmaker. Può capitare: arriva l’estate, arriva il caldo, e tac, ti arriva alle spalle. Il caldo, l’afa, e non ti senti più a tuo agio. Magari poi hai ancora quel paio di chiletti di troppo che non hai ancora smaltito, e allora cominci ad avvertire fastidiosamente sensazioni sgradevoli. Improvvisamente tutto il tuo guardaroba sembra essere stato comprato per un’altra persona, più alta, più magra, a volte anche più intelligente. I pantaloni cominciano a fare il culone, con ogni maglietta sembra che hai le tettine, e quando ti siedi i rotolini sembrano essere milioni. A quel punto provi a cercare un’ancora di salvezza sulle prime scelte, cioè quei capi che ti stanno particolarmente bene, ma niente, nessun fido alleato nemmeno lì. E a quel punto fai il grande gesto. Infili la mano nell’armadio e, a tentoni, varchi l’ignoto. Via, oltre le facili certezze dei capi in evidenza, verso l’oscuro. E con la mano raggiungi il fondo dell’armadio. Là dove si annidano colpe, errori, oscuri presagi di sconfitta. E da là cominci ad estrarre oggetti in morbido cotone che resti a rimirare per qualche secondo. E, per una sola giornata, la tua coscienza e l’emergenza della situazione ti fanno scordare di avere una dignità ed un gusto estetico. Improvvisamente questi capi reietti ti paiono donarti, ti pare quasi un peccato averli relegati laggiù, dimenticati da Dio e dagli uomini nel fondo dell’armadio. Sarà una sensazione effimera e passeggera, poiché solo per una manciata di ore questa sensazione resterà, fino al disagio totale, che ovviamente avverrà in pubblico. Quindi, la prima volta che ci vedete con una orribile t-shirt della Maui con lo squalo di 10 anni fa, non fate domande e siate comprensivi. Non durerà più di 24 ore.

Dischi consigliati:
-Michael Jackson “Thriller”: perché il dialogo iniziale di “Thriller” è il momento che meglio rappresenta il viaggio e il terrore del porre la mano verso il fondo dell’armadio. E a volte sembra che Vincent Price rida diabolicamente da laggiù.
-Van Pelt “Sultans of Sentiment”: la punizione per esserci lasciati cogliere impreparati dalla coolness, può essere solo indossare una maglietta indie, di quelle ultrastrette a righine che non coprono praticamente neanche l’ombelico, e indossarla in maniera indegna e senza scampo facendo mea culpa sulla perentorietà di “Nanzen kills a cat”.
Ottobre 2005

Eravamo solo dei pupetti. Ogni giorno ci sottoponevamo a terribili prove: prendere corriere, evitare bulli, venire inchiappettati con interrogazioni infami. Scorrevano così i nostri giorni di scuola. Lontano da visioni edulcorate di Deamicisiana memoria, forgiavamo e tempravamo i nostri animi per diventare quello che oggi a testa alta possiamo dire di essere. Sebbene non sappiamo nemmeno noi come definirlo. In ogni caso, ci fu più e più volte utile alla sopravvivenza notare quale era il fattore discriminante: come ti coprivi le spalle. Ormai quando leggerete queste righe la scuola sarà iniziata un po’ dappertutto e inizieranno a proliferare per le strade orde di adolescenti con tanto di primi baffi e zaino in spalla. E sarà lo zaino che gli permetterà di sopravvivere (perlomeno ai nostri occhi)? Ovviamente. Sembra ieri che erano i tardi 80 quando l’Invicta, grazie alle linee fluo, se la giocava con Ceausescu per il titolo di peggiore criminale del tardo decennio. Ancora gira qualche modello, anche se paradossalmente sono rimasti solo i più sobri e non dominano più il mercato con quei colori acidi abbinati a caso. Eppure, scomparsi anche gli epigoni: la Seven dei cui zaini si vedevano sempre le pubblicità ma non si trovavano nei negozi e poi i mitici Leopard, ricavati da alcuni divani di zie dei produttori e vero atto di autoemarginazione se acquistati. E oggi, come portano i nostri ragazzi il peso della conoscenza? Sembra che siano gli eastpak a farla da padrona, ma saranno anche carini, ma un po’ troppo piccolini. Più di un tegolino e un numero di Corna Vissute (che sono pur sempre tutto il necessario per una giornata di liceo, però qualcuno magari vuole portarsi anche l’astuccio...) non è che ci stia molto. Non ci sta neppure una copia di Rumore comodamente, poiché si sgualcisce sull’arcata superiore, quindi già questo lo boccia inevitabilmente (direttor Sorge ha visto che bravi?).
Un occhio allo specchio prima di uscire,
vostro riotmaker staff

Dischi consigliati:
Questa volta vi forniamo tre opzioni:
-Lo sparajingle di Albertino: vero oggetto signore supremo degli anni 90, forse ancora più fondamentale del Tamagotchi. Solo un “Piacc” può sintetizzare quanto detto pocanzi.
-Un disco di Vasco o dei Nirvana a caso. Perlomeno per poter poi abbruttire ulteriormente zaini già raccapriccianti di loro facendoci campeggiare a lettere cubitali un bel “VASCO UNO DI NOI” o “KURT FOREVER”.
Novembre 2005

L’uomo ha sempre cercato di innalzarsi. Fosse per avvicinarsi al sole, fosse per raggiungere dio. Ma la Storia si è sempre rivelata beffarda. Lo scoprì a sue spese Icaro, e ad anche il team di progettisti della Torre di Babele ne sa qualcosa. Eppure, nonostante i pronostici non siano mai i migliori in partenza, l’uomo cerca ed escogita continuamente stratagemmi per innalzare il proprio spirito. Oggi, in questa rubrica di ciarlataneria spicciola, vogliamo ancora una volta spendere parole di merito. E i nostri elogi vanno a coloro che si sobbarcarono sulla schiena la titanica impresa di sfidare ancora una volta il cielo, e progettarono, commercializzarono e diedero all’umanità le BUFFALO. Forse vi ricorderete di quelle curiose calzature di moda qualche anno fa, caratterizzate da una mostruosa suola di 5 e passa cm. Una bizzarra, e minacciosa, riedizione della cara zeppona anni ’70, abbracciata però ad un’estetica degna dei Prozac+ degli esordi. Monoliti fluorescenti che cercavano di innalzare lo spirito di chi le indossava. Operazione che si rivelò alquanto difficile, poiché le scarpe ebbero successo principalmente nel pubblico di discoteche di provincia e caserme assortite. Ragazzini, militari di ogni provenienza, tutti godevano del simpatico cavalcare queste calzature-carrarmati. A contrastare il loro piacere, orde di perfidi ortopedici si scatenarono, adducendo alle scarpe in questione enormi patologie articolatorie, problemi di deambulazione e pure qualche responsabilità su quanto detto al processo di Norimberga. Malvagi specialisti al servizio dei marchi concorrenti, offuscati da questa trovata geniale, e soprattutto di gran gusto, delle scarpe trampoli. Genitori atterriti proibivano ai propri figli di innalzarsi attraverso l’uso delle Buffalo. La storia recente ci consegna il successo delle Buffalo molto più ridimensionato, con sempre meno temerari a sfidare i propri legamenti crociati anteriori indossandole. Ma a noi piace ricordare le vasche in centro di qualche anno fa, dove si era tutti un po’ più rivolti verso il cielo...
Un occhio allo specchio prima di uscire,
vostro riotmaker staff.

Dischi consigliati:

-Gigi D’Agostino “L’amour toujours”: con un pizzetto intagliato da alcuni artigiani Maori, l’unico e grande Gigi che ha fatto ballare, rigorosamente con Buffalo ai piedi, orde di militari di stanza un po’ dappertutto. Essi si libravano, per quanto possibile, sulla musica, per quanto possibile, del grande dj.
-Sly And The Family Stone “Stand”: anche Sly, dall’alto delle sue zeppone, ci disse “I want to take you higher”, ed anch’egli cadde rovinosamente. Certo, non vi passi per il cervello di metterlo sullo stesso piano di Gigi D’Agostino, però.
 
Dicembre 2005

Ci sono cose che segnano profondi spartiacque di comprensione tra gli universi maschile e femminile. Le curiose peculiarità che dividono i comportamenti di queste due variabili della stessa specie sono studio di appassionanti e appassionati compendi. Una riflessione edipica di Freud, un romanzo di Nick Hornby, Harry ti presento Sally, non sono bastati a spiegare le convulse dinamiche che regolano l’intrecciarsi di usi e costumi tra i due sessi. Ancora pericolose zone d’ombra restano ignote, e su una di queste oggi vogliamo declinar il nostro riflettere. Ci si perdoni se per una volta siamo costretti a parlar esclusivamente dell’altra metà del cielo, ma la nostra natura maschile ci pone all’interno della categoria che, in questo caso, fa le domande.
E la domanda che un po’ ci attanaglia, soprattutto in vista dell’inizio di una altro anno senza aver ancora ottenuto una risposta plausibile, è: perché le donne vanno in bagno in coppia?
La scienza ancora non ha saputo trovare risposta plausibile. Con mere accuse di laido voyeurismo, il cammino di studiosi è stato più volte bruscamente interrotto davanti a quelle porte. Solo teorie si rincorrono nel tentativo di trovare la soluzione. In una visione un po’ troppo di scuola Le Ore, alcuni hanno immaginato che le donne approfittino del bagno per concedersi ampie parentesi di interesse saffico, magari un po’ sudaticce e con sguardi vogliosi verso la serratura della porta. Abbastanza improbabile perlomeno per la qualità media del tasso di igiene dei suddetti bagni, dove francamente più che del sesso tra gentil pulzelle urgerebbe una passata di Cif. Altri ipotizzano che la conformazione fisica del corpo femminile non permetta un comodo posizionamento sui water dei bagni. Indi per cui, il soggetto che evidenzia impellenze fisiologiche, trascina con sé una complice. Quest’ultima avrà il compito di tenere il soggetto evacuante per le braccia, in una complessa figura di trazione e fragili equilibri. Il soggetto necessitante potrà quindi restare sospesa e contare anche sul prezioso apporto di un sostegno a cui affidarsi, e chi meglio di un’amica?
L’ultima teoria, e purtroppo la più diffusa, sostiene che le donne in bagno ci vadano per parlare o sparlare. Inutile evidenziare la poca fantasia di questi studiosi, che non riescono a comprendere il fascino del rapporto bagno-donne...
Un occhio allo specchio prima di uscire,
vostro riotmaker staff

Dischi consigliati:
Whigfield “Saturday Night”: la cara vocalist di 10 anni fa davanti allo specchio del cesso ce la vogliamo ricordare?
Enya “A day without rain”: solo un mistico tappeto new age e la voce flautata di questa donna possono incorniciare il mistero che si cela dietro 2 donne e un bagno. E nel caso sia in corso realmente un’evacuazione, coadiuvare e stimolare a dovere.